L’amiciza con Cristo

Enrico Manfredini Vescovo di Bologna

Intervento in occasione della commemorazione di Monsignor Enrico Manfredini, già Arcivescovo di Bologna, nel decimo anniversario della scomparsa, tenuto il 16 dicembre 1993 a Bologna, Aula Magna di Santa Lucia. Card. Giacomo Biffi

Magis ostensus quam datus

(Fu più mostrato che dato)

. Quanto sta scritto nelle Grotte Vaticane sulla tomba di Marcello Secondo che regnò per soli venti giorni di pontificato, tanto più che Donato alla Chiesa di Bologna, può ripetere le stesse parole a proposito dell’arcivescovo Manfredini, che fu per noi piuttosto un’apparente apparizione che una continuata presenza, nonché il suo rapido passaggio, sia mancato di incisività. Tutt’altro. Alcune delle sue intuizioni e delle sue decisioni hanno marcato la nostra vita ecclesiale e danno ancora i loro benefici frutti.

Ma senza dubbio la sua opera di pastore bolognese è stata troppo breve perché potesse dispiegare tutte le straordinarie potenzialità che aveva lasciato presagire. Il 30 aprile 1983, giorno del suo ingresso, il 16 dicembre, giorno della sua morte, passarono sette mesi e mezzo, in realtà a tempo pieno, senza il contemporaneo impegno mantenuto con la Chiesa piacentina.

Il suo ministero si estese soltanto per qualche mese. Abbastanza per un grande rimpianto. Non abbastanza per un’azione estesa e profonda, ma disposte in successione con un apparente apparizioni. Egli sta nella nostra coscienza ecclesiale come una figura lunghissima che ci arricchisce soprattutto con lo splendore della sua inconfondibile personalità di credente e di vescovo, Dal momento che non ho potuto illuminarci con la durata di un prolungato servizio apostolico.

Perciò sentiamo vivissimo il desiderio di fissare meglio i tratti del suo volto. Perciò è necessario che qualcuno ci faccia conoscere da vicino la sua umanità. Ci racconti un po della sua storia? Ci introduca nel mondo delle sue persuasioni e dei suoi sentimenti. Ci sveli i suoi più accarezzati ideali. Rende insomma brillante il ritratto di questo 117 esimo vescovo di Bologna, che appartiene ormai irrevocabilmente al nostro tesoro di famiglia.

Un tesoro che non può essere lasciato infruttuoso. Una fonte di ispirazione dal valore. Un magistero di vita che deve rimanere eloquente.

Nessuno meglio di monsignor Luigi Giussani può aiutarci in questo provvidenziale radicamento di una icona episcopale che deve restare sempre cara e preziosa al nostro cuore.

Don Giussani ha trascorso accanto a lui l’adolescenza e la prima giovinezza, l’età delle speranze, l’età in cui si scoprono le certezze esistenziali affascinanti, l’età in cui l’anima di chi si è dato al Signore matura e cresce sotto il sole della divina verità che si disvela e con lui ha mantenuto sino alla fine un rapporto di intensa e schietta amicizia, di stima reciproca, di affinità spirituale, di collaborazione sincera.

Che abbia accettato l’invito della nostra Chiesa di commemorare il nostro arcivescovo Enrico, a dieci anni dalla repentina scomparsa, è un grande dono che egli ci fa un dono grande che suscita in noi una grande riconoscenza.

Questo incontro è una grazia, una grazia di quelle capaci di segnare fortemente il cammino di una comunità cristiana. Così voglia il Signore, credo. Se non mi illudo che la venuta di don Giussani sia un poco dovuta anche all’amicizia che a lui mi lega da sempre e dunque io più degli altri sono in obbligo di esprimergli la mia fraterna, affettuosa gratitudine.

Molto commosso per l’invito che a nome della sua diocesi, io vorrei intitolato I miei pensieri è una delle parole che sono diventate più che un uno sguardo interiore verso lo stesso mondo. Comunque sono ricordi, come detto, sono i suoi bisogni essenziali. Perché quello che è venuto dopo il mio immediato testimone, se non come uno velleitario abbraccio che esige delle lunghe attese e dei sentimenti, deve avere il destino proprio cui quello che?

Intervento in occasione della commemorazione di Monsignor Enrico Manfredini, già Arcivescovo di Bologna, nel decimo anniversario della scomparsa, tenuto il 16 dicembre 1993 a Bologna, Aula Magna di Santa Lucia. di Luigi Giussani

Sono molto commosso nel ringraziare Sua Eminenza per l’invito che a nome della sua diocesi – la diocesi di Bologna – mi è stato fatto. In realtà Mons. Manfredini è una delle «parole» che sono diventate più univoche con uno sguardo interiore e denso allo stesso mio passato. I miei sono ricordi, come ha detto Sua Eminenza il Card. Giacomo Biffi, giovanili e adolescenziali, perché quello che è venuto dopo non mi ha potuto vedere immediato testimone, se non in quella globalità di abbraccio che una amicizia rende perenne, laddove essa sia sgorgata da pensieri veri, da sentimenti veri, da amore vero al destino proprio e altrui.

Dico dunque quello che ricordo, alcune cose che ricordo.

Una sera di inverno in seminario dopo cena (allora vi era un’oretta circa di tempo libero) Enrico Manfredini insieme ad un altro nostro compagno, De Ponti (prematuramente morto nove mesi prima di dire Messa, quando i suoi genitori contadini avevano già messo un nastrino al filare di frumento che avrebbe dovuto servire per fare l’ostia per la prima Messa e segnato con un altro nastrino il filare di vite che avrebbe dovuto dare il vino), mi viene vicino e mi dice: «Senti, se Cristo è tutto, che cosa c’entra con la matematica?». Non avevamo ancora sedici anni. Da quella domanda, per la mia vita nacque tutto. Quella domanda convogliò ad iniziativa organica tutto quanto, di pensiero, di sentimento, di operosità, la mia vita sarebbe stata capace di dare.

«Se Cristo è tutto, che cosa c’entra con la matematica?». La domanda può essere immediatamente sentita come ingenua, ma per quanto ingenua non attenua in chi l’ascolti con attenzione l’impressione profonda del problema che essa pone. Tutta la nostra fede è come collocata e sospesa a quella domanda. Il Verbo di Dio, ciò di cui tutto consiste, è diventato uomo; quell’uomo, di cui leggiamo nelle pagine commoventi del Vangelo di S. Giovanni, quell’uomo che Andrea e Giovanni seguivano («E andarono a casa sua e stettero tutte le ore che passavano a guardarLo parlare»; e poi andarono a casa ed erano cambiati, erano diversi, tanto che i vicini domandavano loro: «Cosa vi è successo?»). Con questo Cristo, del quale Giovanni e Andrea si accorsero per primi, realmente tutto c’entra. Rendersi conto di questo, del come questo possa avvenire, di ciò che questo veicola al nostro cuore, non è più una ingenuità che uno possa intuire e costruire, è una intelligenza. Ricordiamoci che Giovanni Paolo II disse che la ragione senza la fede è uno strumento conoscitivo ancora incompleto. Uno strumento conoscitivo, infatti, ha come oggetto la realtà e la realtà eccede i limiti in cui la nostra ragione stringerebbe tutto, bloccherebbe tutto. Perciò è una intelligenza più grande quella che, guardando Cristo, cerca di intravedere il Suo riflesso sulle cose che di Lui sono fatte. «Tutto in Lui consiste».

Da quella domanda di Mons. Manfredini iniziò, il giorno dopo, qualcosa che sarebbe durato molto a lungo. Con altri due nostri amici, abbiamo costituito un gruppetto cui abbiamo dato nome Studium Christi: ricerca del riflesso di Cristo. Avevamo ascoltato pochi giorni prima un membro dello Studium Christi di Assisi; perciò, ricordando il suo messaggio, avevamo applicato quella dizione all’intento che ci muoveva: Studium Christi. Abbiamo ideato una specie di quaderno mensile dattilografato, in cui ognuno di noi affrontava un aspetto o l’altro del nesso che intravedeva meditando su Cristo. La cosa andò bene fino ad un certo punto, finché alcuni miei compagni crearono lo Studium Diaboli. Così il Rettore del seminario, dopo pochi mesi, mi chiamò e mi disse: «Quello che fai è bello e buono e giusto, però tu dividi la classe e questo non puoi farlo: è meglio che tu non faccia più niente». Così pagammo la spesa e obbedientemente sospendemmo la nostra rivista. Erano usciti due numeri.

Voglio però insistere nel sottolineare che non era ingenuità quella che ci animava, ma una intensità di interessamento, senza paragone, al fatto cristiano. Quella sera il fatto cristiano era come sbocciato per noi. Quale serietà tali pensieri determinavano nella vita quotidiana, a scuola, nel tempo libero, nei dialoghi tra noi! Crearono una amicizia diuturna che ci accompagnò sempre. In seminario una delle cose più «cattive» erano le cosiddette «amicizie particolari». Nelle gite del seminario che si facevano tutti i giovedì si stava sempre a tre a tre. Manfredini, De Ponti ed io eravamo sempre insieme, e quindi c’era per noi il pericolo di una accusa nel senso detto. Bene, non abbiamo mai avuto un solo richiamo, eccetto quello che fu fatto a me circa un anno e mezzo dopo. Mons. Brivio mi avvicinò e mi disse testualmente: «Guarda, noi ci fidiamo di te, ricordati quali sono i principi del seminario sulla affettività e sulla amicizia». Non ebbi possibilità di rimorso, tanto meno i miei compagni.

Una tale intensità di vita nacque da quella domanda apparentemente ingenua, che mi ha fatto dire tante volte: se io dovessi rientrare in seminario – sono entrato in seminario piccolissimo -, non solo lo accetterei ancora, ma lo accetterei con gioia, non cambierei nulla di quanto ho fatto. Quella domanda ha trasfigurato, nel senso letterale della parola, tutta l’intensità di pensiero e di sentimento che mi legava alle cose che facevo, ai compagni, alla regola, ai contenuti dello studio. Andando a tre a tre per le gite del giovedì io non ricordo di avere una sola volta trasgredito questa norma: il contenuto dei dialoghi fra noi tre era tutto quanto dettato dal fervore che quella domanda aveva fatto nascere. E posso dire, ingenuamente, ma davanti al Signore, che fra quello che immaginavamo del nostro futuro e la realtà del futuro così come è avvenuto non riesco a vedere differenza. Per esempio, fra di noi si diceva: «Occorre che la Chiesa riviva, occorre che la realtà cristiana sia più consapevole (eravamo in terza ginnasio, ma la domanda poté nascere perché eravamo già a una certa profondità di amicizia); occorre che la Chiesa, per rivivere, crei delle comunità; tante comunità, che, legate l’una all’altra, trasformino la vita sociale, la forma della vita sociale, diano un nuovo assetto alla vita comune, rendano più umano il cammino dell’uomo su questa terra». Sono le stesse identiche cose che adesso cerco di ripensare e per cui cerco di vivere: la Chiesa resa presente da gente con cui parlare sul serio di Cristo, impostare la propria vita come verifica di questo, creare una trama di rapporti tra compagni lieta per questo. Abbiamo vissuto il nostro liceo e la nostra teologia realmente e letteralmente così. Quando dico, come ho detto di recente a un gruppo di studenti: «Io non ricordo di avere trasgredito consapevolmente dopo di allora una sola regola del seminario», dico una cosa vera; posso benissimo dimenticarmi chissà quanti errori, però dico una cosa che nel mio ricordo è vera, tale era l’intensità appassionata alla nostra vita che, prima quella amicizia e poi quella esplosa domanda, seppero assicurare.

Manfredini aveva un temperamento estremamente affascinante e policromo. Obbedientissimo e, nello stesso tempo, audace. Nessuno ricorda Manfredini tetro e serioso. La sua immagine era una di quelle che coagulavano l’attenzione e anche la volontà di fare qualche cosa, di agire, da parte dei compagni. La sua figura appariva come quella di un discolo, perché ci si poteva aspettare di tutto da lui. Ancora adesso, ricordando quello che lui faceva in seminario, tante volte tengo desta l’ilarità nei gruppi degli studenti miei amici. Vi do un solo saggio di quello che poteva accadere con Manfredini in seminario. Insisto, perché la serietà dell’impostazione di quella domanda non impediva a lui di essere spontaneo e libero secondo tutta la carica del suo carattere. Durante una certa ora di scuola in cui il professore spiegava la Bibbia, Manfredini portava sempre l’atlante geografico De Agostini, e sotto la faccia del professore faceva clamorosamente passare le pagine per vedere le fotografie. Siccome il professore andava veloce, spiegava veloce, ammassava troppa materia, per noi, era invalso l’uso di darci un turno per cui ognuno ogni tanto alzava la mano e tutta la classe, fatta da 220 seminaristi gridava «Obiectio, obiectio»: «obiezione, obiezione», e il professore era costretto a fermarsi per rispondere all’obiezione; fermandosi, non spiegava più. Mons. Manfredini era l’organizzatore di tutta ciò. Soltanto che un giorno gli capitò questo. Stava guardando con interesse l’atlante geografico De Agostini durante la lezione e aveva alzato la mano quasi meccanicamente, con gesto abituale. Il professore chiese: «Manfredini cosa vuoi?», mentre tutti gridavano: «Obiectio, obiectio». Manfredini era così intento nella lettura dell’atlante che non se ne accorse e continuò a tenere alta la mano mentre gli altri gridavano «Obiectio, obiectio». Il professore impacciato non sapeva cosa dire. Allora io, che ero dietro Manfredini, gli diedi un pugno nella schiena: «Manfredini, Manfredini, guarda che il professore ti sta chiamando». Manfredini si voltò. «Cosa c’è, cosa vuoi?», fece il professore, benevolo all’infinito. Manfredini si alzò e inventò una domanda. Ma il professore quella volta non si fece prendere del tutto in castagna: «Vergognati Manfredini – disse -, a scuola devi portare tutti i testi di teologia, non altri testi! E sta’ attento alla lezione, non leggere altro». Manfredini chiuse il voluminoso atlante geografico De Agostini. Si mise con le mani sotto il mento, a testa bassa, e fino alla fine dell’ora fece l’offeso. Seconda ora di scuola: c’era ancora la stessa lezione. Tutti si dicono: «Manfredini dov’è?» Non c’era. E lo stesso professore se ne accorge: «Manfredini dov’è?». E noi: «Non sappiamo». Dopo cinque minuti, un colpo potente spalanca l’immensa porta dell’aula, dove eravamo stipati in 220: entra Manfredini con tutti i testi di teologia in pigna e li mette sul banco, tra sé e il professore, perché il professore era a un metro e mezzo! A parte il fatto che, in casi come questi, i professori prendevano sempre me, perché ridevo di più, non riuscivo a stare fermo e il rettore, il povero Mons. Petazzi, forse anche perché aveva voglia di vedermi, chiamava sempre me e mi rimproverava. Io lo rassicuravo che non facevo niente di diverso da quello che facevano tutti, cioè ridere. I superiori rimproveravano la trasgressione, ma – ed è molto significativo – erano così intelligenti da favorire questa immaginosità di rapporti e di atteggiamenti. Manfredini invece non fu mai «molestato» dai suoi superiori per questo.

Volevo semplicemente sottolineare che la serietà dell’argomento – che divenne punto focale della nostra vita, ragione della nostra amicizia, motivo dei nostri sogni e delle iniziative che potevamo prendere – non implicò affatto una grettezza di mente o un atteggiamento forzato, faticoso: per nulla affatto! Il temperamento esuberante di Manfredini ne fu segno. Poté fare tutto quello che avrebbe fatto anche senza quella domanda. Ma, a mano a mano che il tempo passava, la serietà dell’animo – che alla fede cercava di ispirarsi con sempre maggiore ragionevolezza -, la passione per la ragionevolezza delle fede, la verifica della fede, il paragone fra la sua verità e le esigenze che insorgevano nei nostri cuori giovani e nei nostri incontri con le persone e con le cose, si delineava come sempre più grande.

È questo che posso dire di aver sempre visto e sempre imparato da Mons. Manfredini: nella sua vita ormai diventata adulta, nella sua vita di vescovo, in tutta la sua vita adulta e in tutta la sua vita di vescovo, una passione per Cristo!

Dobbiamo ammetterlo, se Dio è diventato uomo… Mi ricordo una volta sulla scala, mentre stavamo scendendo in Chiesa in silenzio, perciò trasgredendo la regola, Manfredini mi disse: «Però, a pensare che Dio è diventato un uomo come noi…». Sospese la frase, che mi rimase impressa, tant’è che ve la ridico. «Che Dio sia diventato uomo è una cosa dell’altro mondo!». E io aggiunsi: «È una cosa dell’altro mondo che vive in questo mondo!», per cui questo mondo diventa diverso, più sopportabile. Diventa più bello. Infatti, alla passione per Cristo, in Manfredini, quella che immediatamente per così dire conseguì, quasi bruciando il terreno su cui dapprima fioriva, fu la passione per gli uomini, la passione per il destino degli uomini, la passione per il senso della vita che gli uomini non sanno, cui gli uomini non pensano. «Chissà – diceva, non dico piangendo, ma quasi – che cosa sarà di questi giovani che passano dagli oratori, chissà che cosa sarà della gente che va in chiesa, se non afferrano che ciò che riveriscono, ciò che pregano, ciò che pensano, rappresenta il significato di ciò che vivono, della giornata a cui ogni giorno aprono gli occhi! Se non pensano a questo, che vita conducono? Quando l’obiezione insorge o quando l’alternativa alla sete di felicità e di piacere si afferma, come potranno vivere? Come possono vivere?».

In questo senso, due sono le caratteristiche fondamentali che mi pare di notare nel ricordo lasciatomi nell’animo da Manfredini: l’amore a Cristo, come Dio reso storia, come Dio reso parte della propria vita (pensiamo che il Signore è diventato fattore della nostra esperienza quotidiana: l’incarnazione nei suoi ultimi terminali vuol dire questo!); dunque, da una parte, una passione per Cristo – Dio reso uomo -, per la sua gloria, e, dall’altra parte, una pena appassionata per la situazione della coscienza umana di fronte a questo suo destino, di fronte al suo destino che è questo.

Tutta la parola che Mons. Manfredini ha lasciato dentro il nostro cuore parte da questi due punti: primo, il cristianesimo come «la realtà di Cristo presente qui ed ora» – come disse in uno dei suoi primi discorsi da vescovo -, «qui ed ora»; e, in secondo luogo, Dio diventato uomo per amore all’uomo. Nessuno ha amato l’uomo come lui. Perciò la fedeltà a lui, per sua natura, tende a far diventare più umano il cammino dell’uomo. Una affezione intensa alla gloria di Cristo è una affezione intensa a che la vita dell’uomo diventi più umana e perciò abbia più capacità di letizia. Manfredini ricordava spesso la frase di Gesù, tanto che era diventata un refrain: «Vi ho detto tutte le cose che vi ho dette affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

La decisività della presenza di Cristo qui ed ora e l’incidenza di questo su tutti gli aspetti del rapporto che l’uomo ha con gli altri uomini e con le cose: Mons. Manfredini, in conclusione, annuncia un evento con le sue conseguenze. Non propone un sistema dottrinale o una teoria, propone un evento con le sue conseguenze, l’evento di Dio fatto uomo con le sue conseguenze: un cambiamento in meglio della vita umana, un cambiamento in meglio del sentimento umano, una capacità di affezione, di intelligenza e di affezione maggiori. La passione per Cristo si identifica con la passione per la letizia dell’uomo. In Manfredini questo è stato mirabile, come esempio in tutte le posizioni che assumeva.

La pietà verso gli uomini, come modalità inerente alla vita di fede, è documentata dalla ripetizione frequente che fra noi tre si faceva di una poesia di Pascoli. Ci ritiravamo da soli e leggevamo spesso questa poesia (forse qualcuno di voi l’ha letta). Nei Primi poemetti di Pascoli, che io dico sempre essere il luogo dell’ontologia, della visione della vita che ha avuto Pascoli, c’è una bellissima poesia intitolata Il cieco (che io poi ho letto tante volte agli studenti): noi ci ritiravamo a leggere questa poesia. «Vano è il grido, vano il pianto. Io sono il solo dei viventi [Pascoli s’immagina l’uomo come un cieco, condotto dapprima dal cane, cioè dall’istinto, dalle circostanze immediate e fortuite; a un certo punto il cane muore, perché tutto ciò che è governato dall’istinto, dalle circostanze fortuite, il tempo, presto più che tardi, lo brucia via; e l’uomo resta solo, non sa dove andare, non ha più direttiva, non ha più indicazione, resta solo: “sono il solo dei viventi”; eppure:] Io so che in alto scivolano i venti, e vanno e vanno senza trovare l’eco, a cui frangere alfine i miei lamenti [io so che c’è qualche cosa sopra di me, attorno a me, ma non so di che si tratti; ed è talmente forte nell’uomo l’esigenza di sapere qualche cosa di più che a un certo punto si illude, si riempie d’illusione e dice:] Ma forse uno m’ascolta; uno mi vede, invisibile. Sé dentro sé cela. Sogghigni? piangi? m’ami? odii? [che senso ha il vivere? è positivo o negativo?] Siede in faccia a me. Chi che tu sia, rivelati chi sei [eran 1800 anni che si era rivelato!]: dimmi se il cuor ti si compiace o si compiange della mia querela [dimmi se tu godi che la tua vita sia triste oppure ti rincresce che la mia sia triste]. Egli mi guarda immobilmente, e tace [e noi ci dicevamo – Manfredini fu il primo a notarlo: “Tace? Si chiama Verbo e come fa a tacere? Verbo. Verbo fatto uomo!”] O forse una mi vede, una m’ascolta, invisibile. È grande, orrida [orrida: è il fremito del bosco che stringe il cieco]: il vento le va fremendo tra la chioma folta. Siede e mi guarda. O tu che ignoro e sento, dimmi se guerra hai tu negli occhi o pace! dimmi ove sono! Ed essa è là, col mento sopra la palma, che mi guarda e tace [che tristezza infinita era per l’uomo cieco, ma più ancora per Cristo, la Parola venuta per svelarci il senso del tempo che passa, per portarci quindi la letizia della storia, che ha destinato ad un esito buono, a un fine buono] Chi che tu sia, che non vedo io, che vedi me [tu vedi me], parla dunque: dove sono? Io voglio cansar l’abisso che mi sento ai piedi». Era come il vessillo della figura umana, della storia umana, come lo sentivamo allora. «Esiste un punto di arrivo – dice Kafka – ma nessuna via». Questo ci struggeva. Esiste un punto di arrivo. Non lo può negare nessuno, nessuno può negare il destino. «Esiste un punto d’arrivo, ma nessuna via». Come nessuna via? «Io sono la via la verità e la vita».

Abbiamo vissuto gli anni migliori della nostra vita, vissuto da mattino a sera, di questi pensieri. Diventando grandi, non si possono staccare come un abito, non si possono appendere sull’attaccapanni. Sono diventati noi stessi. Il mistero di Dio opera così chiaramente che esso diventa esempio per tutti, diventa punto di riferimento che per sua natura crea amicizia. Perché l’amicizia, per sua natura, è assicurata solo dal nesso col destino. È compagnia guidata al destino. Per questo la pietà per gli uomini spiega tutto quello che ha fatto Manfredini.

Elenco brevemente la sua pietà per gli uomini espressa. Quando scrive al sindaco non cristiano di Bologna: «Lei, signor sindaco, incomincia oggi come me l’esercizio della sua funzione pubblica, al servizio di questa comunità. Mi permetta di augurare anche a lei quello che vorrei fosse augurato a me: di poter spendere ogni energia intellettuale e morale, ogni risorsa fisica e pratica, unicamente per promuovere in Bologna l’uomo, tutto l’uomo, e tutti gli uomini, con speciale attenzione agli ultimi». Non è un singhiozzo, ma è una preghiera contagiante, questa. «Sono sereno, non ho programmi belli e pronti – dice in una intervista a Il Sabato -, mia guida saranno le parole del Papa e denuncerò tutte le ingiustizie che toccherò con mano». Così, c’è un brano, che non leggo per non dilungarmi, dove esalta la figura del parroco, che termina con questa affermazione: «Mi creda signor parroco – diceva a don Novello Pederzini -, per un sacerdote la cosa migliore è fare il parroco, perché vive la vita di pesi e di gioie d’ogni giorno, di tutti gli uomini che Dio gli dà tra le mani». Così, ancora, è la passione per il bene degli uomini, per il destino degli uomini, che lo rende sensibilissimo al problema missionario, alla necessità di condividere le miserie altrui il più possibile. Per questo è stato sostenitore accanito di quel bravissimo don Vittorione, che in Uganda ha fatto un bene enorme con la sua istituzione, Africa Mission. È lo stesso sentimento che detta in lui una certa ira per ogni clericalismo, ogni forma di clericalismo. Ha detto: «C’è ancora tra noi un certo clericalismo che danneggia enormemente la vita della comunità. Sembra che le migliori energie siano chiuse, tarpate da una soggezione indebita all’autorità. È necessario uscire da questo stato di minoranza, da questa attitudine psicologica che non permette la libertà dei movimenti, il rischio e la dedizione completa, autonoma al servizio del bene nel nome di Cristo, al servizio dei bisogni degli uomini». Chi lo obbligava a dir questo? E ancora, è la passione e la pietà per il bisogno umano che lo rende concreto, come quando, per tanti lavoratori che avevano perso il posto, costituì il fondo di solidarietà. È lo stesso tipo di compassione. Oppure l’omelia nella Messa per l’anniversario dell’attentato al treno Italicus: al centro c’è la pietà per l’uomo. Non l’ira, non l’accusa: la pietà per l’uomo, per l’uomo cattivo, più ancora che per l’uomo perseguitato. È un pensiero che fu già di Mounier, il quale scrivendo a sua moglie afferma: «Dobbiamo pregare per tutti quelli che soffrono, ma soprattutto per quelli che fanno soffrire, perché sono i più disgraziati fra tutti». Oppure, nel Meeting per l’amicizia fra i popoli dell’83, nell’omelia della Messa, è nella certezza dell’aldilà che Mons. Manfredini indica la possibilità di una amicizia umana, fin nella tenerezza, anche con chi non si conosce: «Mi rivolgo a voi, cari giovani delle scuole medie di Bologna, che guardate a Cristo come colui che solo è la verità della vita: vi invito ad un gesto di fede e di riconciliazione. In questo anno santo della redenzione sarebbe molto significativo salire insieme al santuario della Madonna di S. Luca per riflettere sul senso della nostra vita». Per questo li ha chiamati a quella processione così riuscita. Questa passione in ogni invito riemerge e prevale. Come nell’ultima lettera scritta agli ammalati, che non si poté portare prima della sua morte: «Amico mio, che soffri perché l’infermità limita la tua libertà e ti costringe ad una degenza prolungata, accogli il mio augurio natalizio. Te lo porgo con cuore affettuoso, accompagnandolo con la più larga benedizione e con la assicurazione di una fervida preghiera. Non sentirti sfiduciato e solo. Gesù è nato proprio per te, per esserti vicino con la massima comprensione. Ravviva dunque la speranza e unisci le tue pene alla sua passione per la redenzione dell’uomo. Sarai anche tu salvatore del mondo con lui». E l’amore alla Chiesa, per cui, come in un certo documento sottolinea, «vogliamo conservare intatta la grande disciplina della Chiesa», non è nient’altro che l’amore alle sponde di un alveo che sicuramente porta le acque verso la foce e non le fa disperdere lungo il cammino. «Vogliamo conservare intatta la grande disciplina della Chiesa nella vita di tutti».

Nella cattedrale di Piacenza, in un luogo consacrato per la Corporazione dei tintori, vi sono scritte queste parole: «Se vogliamo dare un senso nuovo alla realtà, se vogliamo una vita nuova, dobbiamo ritornare alla verginità». Verginità è la ricerca del destino in ogni cosa che si fa, per cui ogni circostanza è plasmata nel suo significato, realizzata quindi nel modo più vero, più leale, più utile. E così la vita umana diventa più vera, più leale, più utile. Diventa migliore. La vita umana sorta come passione per Cristo – atteggiamento in cui Mons. Manfredini ha vissuto tutta la sua vita – si concreta nella volontà appassionata che la vita dell’uomo sia più vera, più leale, più utile. Se questa è la verginità (infatti la parola verginità indica cristianamente l’ideale ultimo del vivere, dell’agire di ogni uomo, qualsiasi compito Dio assegni a tale verginità), io credo di poter dire quello che spesso ho pensato in questi anni: che Mons. Manfredini mi insegna innanzitutto, mi è maestro innanzitutto di verginità. Perché la vita sia più umana, più vera, più utile.

Intervento del Card. Biffi e di L. Giussani

da Decimo anniversaio della scomparsa di Mons. Enrico Manfredini

Questa celebrazione, che noi dedichiamo a tener viva la memoria dell’Arcivescovo Enrico Manfredini e alla preghiera di suffragio per Lui, ogni anno rinnova nel mio cuore il rimpianto per un amico, che ho molto stimato e mi è stato caro, e fa rifiorire nella coscienza della Chiesa Bolognese la gratitudine a Dio per il suo breve ma intensissimo ministero.

Della sua amicizia ricordo con particolare commozione la sua cortese e premurosa presenza alla mia ordinazione episcopale, l’11 gennaio 1976. Anche mediante l’imposizione delle sue mani, dunque, io sono stato immesso nella successione apostolica; e adesso quel gesto ai miei occhi assume il valore e la bellezza di un presagio, e diventa quasi il segno di una provvidenziale continuità.

Tra i doni che la nostra Diocesi custodisce come sua eredità, uno mi sembra particolarmente prezioso; e della sua coraggiosa decisione – ancora oggi benefica ed esemplare per la nostra vita pastorale – di convocare in San Petronio gli universitari per la messa d’inizio dell’anno accademico.

A molti allora la scelta di uno spazio così vasto sembrava eccessiva e un po’ temeraria. Invece ha avuto ragione lui: i giovani hanno risposto in folla al suo appello. E da quell’anno noi abbiamo la consolazione di vedere nell’occasione il nostro massimo tempio cittadino gremito di studenti, che con la loro presenza testimoniano la fede e attestano di credere nella conciliabilità, anzi nell’affinità elettiva esistente tra il Vangelo, proposto nella sua autenticità, e la cultura del nostro tempo, quando essa non è asservita alle ideologie e variamente strumentalizzata.

Ma nel disegno misterioso del Padre quello doveva essere l’ultimo insegnamento dell’Arcivescovo Enrico. Solo due giorni dopo, repentinamente e in solitudine si concludeva la laboriosa giornata di quel generoso servo del Signore.

Oggi rileggiamo con animo reverente quell’omelia che è stata l’ultima pronunciata da lui e quasi un suo testamento.

Era il 14 dicembre, giorno in cui il calendario liturgico prescrive la memoria di San Giovanni Della Croce. Ispirandosi al pensiero del grande mistico spagnolo, Monsignor Manfredini così illuminava con la sua parola il rito eucaristico davanti a una moltitudine di ragazzi:

“La santa Cena del Signore è il segno efficace della sapienza della Croce. Essa, infatti, rappresenta simbolicamente e ripresenta realmente quell’atteggiamento oblativo di tutto se stesso, che ha regolato l’esistenza terrena di Cristo; e che Cristo ha lasciato ai suoi discepoli come legge suprema del loro essere e del loro agire; vi coniando:” Questo io vi comando: amatevi gli uni gli altri”. La capacità di “dare la vita. per gli amici” deriva appunto dalla comunione perfetta con l’Eucaristia.

Di questa qualità di amore dell’amore oblativo che sgorga dalla Trinità, l’Università – e la Città di Bologna hanno, oggi più che mai, un bisogno urgente e assoluto”. “Dalla sapienza della Croce – così proseguiva – viene principalmente ai Maestri cristiani la capacità dl comunicare non solo il contenuto delle conoscenze e il metodo dello studio, ma anche l’intima passione del vero, l’impegno morale che anima la ricerca. Similmente dalla stessa sapienza della Croce i discepoli cristiani sono indotti a impegnarsi in modo attivo e gioioso nella ricerca del bene spirituale della verità, attraverso l’applicazione seria allo studio della scienza e della tecnica, in vista della promozione integrale dell’uomo”

E poi, con la tipica ampiezza di prospettiva, che gli era connaturata e congeniale, chiama in causa e coinvolge tutta Bologna nella missione che egli riteneva propria del nostro glorioso Ateneo.

“Se l’Alma Mater caratterizza in modo così profondo e determinante la Città, tra l’Università e la Comunità civile ed ecclesiale di Bologna debbono intercorrere rapporti di reciproca comprensione e di concreta collaborazione. Una incisiva presenza culturale dell’Università ravviva nella città la coscienza delle responsabilità e del ruolo che essa ha di fronte alla regione e alla Nazione, all’Europa e al Mondo.

Bologna condivide con la sua Università la missione storica derivante dalla perenne dimensione universale di ogni genuina ricerca del vero…”.

“Bologna e la sua Università, – così concludeva ñ come una sola realtà viva e vitale, segnata essenzialmente dalla sapienza cristiana, dovranno proiettarsi verso il compimento di una identica missione: lo sviluppo integrale dell’uomo, l’unità culturale dell’Europa e la pace universale!”.

13/12/1998 Cardinale Giacomo Biffi

Bologna, il nuovo campo di lavoro da notiziario di Piacenza

Il 30 aprile 1983, mons. Manfredini fece il solenne ingresso a Bologna accolto in Piazza Maggiore da una grande folla.

È l’avvio di un nuovo impegno pastorale che fin dall’inizio non si differenzierà dallo stile ministeriale che ha segnato il suo sacerdozio. Lasciamo che ancora una volta sia lui a definirlo: “La religione cristiana come rivelazione è prima un avvenimento e poi una dottrina… È una successione significativa di fatti nei quali e attraverso i quali Dio si manifesta, come nostro Salvatore… In parole semplici ed efficaci, la Parola di Dio dice che l’impegno storico del cristiano per la promozione umana più che di giustificazioni e chiarificazioni teologiche (sempre utili) ha soprattutto bisogno di decisioni concrete e di attuazioni pratiche”.

E il vescovo Enrico, ora arcivescovo, non perde tempo e prende subito “decisioni concrete e attuazioni pratiche”. Visita quasi tutte le parrocchie e presiede alcuni pellegrinaggi importanti, tra cui quello degli studenti al santuario di S. Luca.

Ci fu però un’attenzione tutta particolare al mondo giovanile e tra le testimonianze rimaste, ve n’è una significativa. Il 2 dicembre visita la scuola dell’Istituto Suore Visitandine a Castel San Pietro Terme. Un incontro vivo preparato dalla celebrazione eucaristica, che raggiunse poi nel dialogo – dibattito momenti di vero entusiasmo quando i ragazzi si resero conto di trovarsi di fronte a un padre che, non solo li capiva, li incoraggiava, li stimolava, ma con la battuta facile pronta e provocante sapeva porsi anche al loro livello. E che avesse colpito il cuore dei ragazzi lo dimostra il fatto che quando l’Arcivescovo, a causa di altri pressanti impegni, dovette congedarsi, la reazione fu unanime: “No! Rimanga ancora con noi!

Nell’omelia Manfredini offrì alcune piste di lavoro ai giovani per realizzare una “vera crescita”. “Vuoi crescere? chiese ai ragazzi -. Guarda a Gesù. Gesù dice ‘Credere non è accettare solo i miei insegnamenti, credere è consegnarsi e camminare dietro di me e fare le stesse cose che ho fatto io, come le ho fatte io’. Il Signore Gesù ti fa crescere, è tuo Salvatore. Il Signore viene, andiamogli incontro, egli è la luce del mondo. È luce anche per te, non quando dici parole, ma quando tu fai l’esperienza della condivisione della sua vita, vivi insieme a lui, pensi come lui, ma soprattutto fai come lui, allora tu cresci, ci vedi e ti succede una cosa strana. Tu, magari considerata una ragazzina da nulla, un giovane senza senso, diventi grande”.

Volete crescere? Pare di sì! Allora non limitatevi a imbottirvi con dei panini, con delle torte e con altre famose risorse della cucina bolognese. Ricordatevi che uno diventa autorevole, personalità, autorità, maestro quando segue Gesù Cristo e anche se non ha soldi e anche se apparentemente è giudicato male dagli altri non si deve disperare. Gli altri dicono quello che vogliono: chi ha fiducia in Gesù, pensa, si sforza di pensare quello che pensa Lui e si interessa di vivere con coerenza secondo il modo che ha presentato Gesù. Costui così diventa una persona degna di fiducia, punto di riferimento per tutti, costruttore di una umanità nuova, un vero pacificatore dei rapporti sociali tra gli uomini. Il segreto della crescita e della piena espressione della vostra personalità sta soltanto qui”.

I benpensanti davanti alle iniziative per i giovani del nuovo Pastore opponevano dubbi affermando che tanti tentativi precedenti erano inesorabilmente falliti. La realtà sembrava dichiarare in anticipo sconfitte garantite. Abbiamo già raccontato dell’inaspettato successo nel pellegrinaggio studentesco a S. Luca, ma ci fu un altro importante incontro dell’Arcivescovo con gli universitari all’inizio dell’anno accademico.

Fuori era scesa una fredda sera del dicembre bolognese. Erano passate da poco le 18 e San Petronio, per tradizione la chiesa del popolo, era colma in ogni ordine di posti. Mons. Manfredini aveva lanciato un invito ai giovani universitari attraverso manifesti affissi in piazza Maggiore, come una lettera aperta alla città e alla sua parte più imperscrutabile, l’università. E la lettera ebbe risposta.

Quella serata di metà dicembre fu preparata con tre lunghe riunioni dove emerse che l’università era un corpo separato dalla città e che i bolognesi non volevano caricarsi di un’altra preoccupazione. Ognuno andasse per la sua strada.

Mons. Facchini, stretto collaboratore dell’Arcivescovo, racconta: “Ricordo con commozione quella giornata. Fu quella l’ultima omelia di mons. Manfredini. Parlò ancora una volta di una Chiesa presente e viva nella realtà della gente; presente e viva per annunciare Cristo e per servire l’uomo”. Tra quei 3-4 mila ci sono molti che sono venuti perché incuriositi, interessati dalla lettera di Manfredini o dalle sue altre parole a Bologna. Fuori da S. Petronio, il Vescovo si concede ancora qualche minuto ai presenti. Qualcuno poi lo accompagna in Curia. Manfredini si confida. Confessa di essere sorpreso. Tanta gente così non se l’aspettava nemmeno lui. Ripete a chi gli sta intorno: “Quella gente che era a S. Petronio… è tutta brava gente. Statele vicino, non lasciatela sola. Non lasciamola sola”.

Venne l’ultima sera della sua vita su questa terra. Per le 19.30 era stato convocato in Curia il Consiglio pastorale diocesano. All’ordine del giorno: la proposta di lavoro per la diocesi di Bologna per il 1984. Ci rimangono, dal verbale del Consiglio, alcune sue affermazioni che credo sia opportuno evidenziare. Ribadisce: “Il programma pastorale va fatto su misura: la prima cosa da costruire fra di noi è la sintonia: ho bisogno di voi per lavorare, per poter conoscere la situazione. Io non ho il monopolio della verità. Dobbiamo confrontarci”. E aggiungeva: “Cosa deve fare un Vescovo nella sua Chiesa? Discernere, dare spazio alla capacità di tutti, far convergere tutto nell’unità. Occorre molto dialogo”.

Sottolineava: “Bisogna creare sinfonia, perché tutte le voci siano armonizzate; ne scaturirà naturalmente la sinergia per mettere insieme tutte le forze della diocesi in vista di un solo fine: dare al popolo di Dio la consapevolezza della sua identità e il gusto della sua missione, quella, cioè, di testimoniare e annunziare Cristo come Salvatore… Non si tratta di dibattere in astratto i problemi dell’infanzia e della gioventù, delle famiglie e degli anziani, della pace e della guerra; si tratta, invece, di trovare quella via della solidarietà reale con gli uomini di oggi, e specialmente con i poveri, che con tanta forza è stata richiamata dal Concilio e ribadita da Giovanni Paolo II”.

Con un esempio, molto concreto, cercò di chiarire il metodo di lavoro: “Se in una parrocchia vi è un asilo e le suore si ritirano, la comunità parrocchiale ne assume la gestione in proprio, con tutti gli oneri inerenti. Questo è il metodo. Non lamentarsi, non scaricare responsabilità sugli altri, ma assumerle in proprio”. E chiariva: “Per un cristiano il punto centrale è raccogliersi davanti a Dio per meditare sulla Bibbia, per celebrare nella messa la memoria della morte e della risurrezione di Gesù, ma subito dopo bisogna scendere fra gli uomini e mettersi al loro servizio non in astratto, ma in concreto”.

Prima di concludere il Consiglio si lasciò andare a qualche commento sulla eco suscitata dopo l’appuntamento con gli universitari in S. Petronio: “Cosa avete e cosa abbiamo da dire ai giovani? A quelli che vanno a scuola, a quelli che girano le spalle alla vita?”. Aggiunse che era finito il tempo delle conferenze e dei convegni, il tempo dei discorsi. Tutto questo, avvertì, porta fuori rotta la gente. Parlò di quando l’ideale cristiano si riduce a questioni di innovazione liturgica e, con l’impeto che gli apparteneva, si alzò e disse: “Con un messale e basta cosa pensate di fare?”.

Poi la buonanotte ai membri del Consiglio pastorale; l’ultima buonanotte dei suoi sette mesi di Bologna. Pochi per ridare freschezza ad una città esangue; abbastanza, per un tipo come Manfredini, per dimostrare come si fa.

La Fiorita

C’era tanta gente, l’8 dicembre 1983, proveniente dalle varie parrocchie di Bologna per partecipare alla “Fiorita”, la tradizionale offerta di fiori alla statua dell’Immacolata posta su un’alta colonna in piazza Malpighi. Un lungo e gioioso applauso accolse l’Arcivescovo e subito si creò un’intesa profonda: la gente aspettava qualcosa da lui, e lui aspettava qualcosa dai fedeli presenti.

L’amore per la Vergine Maria era palese in Manfredini. A Piacenza aveva promosso una devozione alla Madonna fondata sulla Parola di Dio e sulla teologia del Vaticano II e aveva collegato i tanti santuari dedicati alla Madre di Dio, disseminati nelle valli della diocesi, con un organismo chiamato “Collegamento Mariano”, incaricato di coordinare, con opportune iniziative, i vari appuntamenti. Ma torniamo alla “Fiorita”.

Dopo l’omaggio floreale all’Immacolata, con quel calore coinvolgente che gli era proprio, salutò i presenti: “Mi commuove molto questa assemblea improvvisata intorno alla Madonna. Questo gesto, che è gesto d’amore, esprima sempre meglio la fiducia di ciascuno di noi per la Beata Vergine Maria e questo amore sia coerente”.

All’offerta dei fiori seguì la messa nella vicina basilica di S. Francesco e l’omelia di Manfredini rimane come un testa mento spirituale per i bolognesi e per chi che era legato a lui da stima e amicizia.

Dopo aver riaffermato la bellezza dell’essersi ritrovati attor no all’immagine di Maria Immacolata con quel gesto che aveva fatto sentire tutti figli della Madre di Dio e quindi intimamente legati l’uno all’altro, così proseguì: “Facendoci sentire uniti, però, fa anche più acuto in noi il senso della debolezza morale, fisica e spirituale del nostro tempo. Il mondo è tutto tormentato da una serie di fatti tremendi, che non possono lasciarci tranquilli, che ci richiamano alle nostre responsabilità, specialmente in momenti come questo in cui per essere più vicini a Maria, noi diventiamo più sensibili ai valori morali, al significato autentico della vita. Perché contemplare l’Immacolata significa avere più chiara davanti agli occhi la grandezza della vocazione umana e cristiana; significa rendersi conto di ciò che ognuno di noi deve essere per rendere migliore tutta la convivenza umana”.

“Non possiamo andare intorno a Maria con i fiori e i sentimenti affettuosi che le abbiamo esternato, se insieme non facciamo il proposito di una più rigorosa coerenza morale. La questione morale che tormenta il nostro Paese e il mondo intero deve cominciare a trovare soluzione da ciascuno di noi. È da ognuno di noi che deve iniziare la bonifica morale del mondo”.

Manfredini, con il coraggio che lo distingueva, riafferma: “Non possiamo gettare sugli altri le responsabilità che sono nostre; non possiamo risolvere la questione morale puntando il dito su chi sbaglia, perché noi pure abbiamo le nostre colpe, noi pure non siamo senza peccato. E perciò la solennità dell’Immacolata Concezione è un richiamo alla coerenza cristiana… Bisogna che noi abbiamo a decidere di essere come Maria: docili alla mozione dello Spirito; che abbiamo a riscoprire la nostra dignità di figli di Dio. Queste verità, diciamolo francamente, non sono familiari alla coscienza dei cristiani. Troppo poco noi pensiamo alla nostra vocazione di divenire giorno per giorno figli adottivi di Dio, e troppo spesso, con grande facilità, disobbedendo ai comandamenti di Dio, ci allontaniamo dalla comunione con Lui e viviamo nel peccato…”

La conclusione dell’omelia è uno sprone che traduce concretamente la Parola di Dio per la vita di ogni giorno: “Non con- viene recriminare contro gli altri: è una lamentela sterile e non è assolutamente risolutiva. Ciò che conviene fare è seguire le orme di Maria, esercitare la nostra libertà nella coerente obbedienza al Vangelo del Signore. È l’obbedienza prestata per amore l’unica forza che risana la convivenza sociale”.

Fratelli, permettete che vi dica con franchezza, perché so no il vostro Vescovo, che è necessario rendere più profondamente coerente la nostra appartenenza a Gesù Cristo, con una condotta morale che sia vita di Grazia, immacolata come quella di Maria, e servizio di carità, generoso, fraterno, specialmente verso gli ultimi, con la larghezza di dedizione che ha dimostrato Cristo morendo per tutti e per ciascuno, e Maria, la Madre di tutti gli uomini, che ha seguito generosamente il suo itinerario e si è offerta con Lui sotto la croce”.

Sorella Morte

Heidegger ha definito la vita e l’uomo “un essere-per-la- morte”. Egli fa della morte non un incidente che pone fine alla vita, ma la sostanza stessa della vita. L’uomo non può vivere senza bruciare e accorciare l’esistenza.

Quando la mattina del 16 dicembre 1983 il segretario personale non vide arrivare in cappella, come al solito, l’Arcivescovo per la celebrazione della messa, andò a bussare alla porta della camera da letto senza ricevere risposta. Entrò e comprese che sorella morte era venuta a prelevare il servo generoso e obbediente che aveva bruciato tutta la sua vita come offerta gradita a Dio. La notizia si diffuse rapidamente lasciando tutti nello sbigottimento. Il Papa si fece subito presente con un telegramma ricordando l’instancabile ministero pastorale e la generosa testimonianza di limpida fede in Cristo del vescovo Manfredini. I funerali si svolsero il 19 dicembre presieduti dal card. Cè, patriarca di Venezia, alla presenza di una grande folla che gremiva la Cattedrale e le vie adiacenti

Sui giornali oltre alla notizia della sua scomparsa apparvero inevitabilmente le valutazioni umane della sua persona e del suo ministero episcopale di Piacenza e di Bologna. Interessante un articolo apparso su “Repubblica” (17.12.1983), un giornale che non può essere sospettato di clericalismo, nel quale viene messo in evidenza l’impegno dell’Arcivescovo nel sociale soprattutto verso le categorie dei più poveri ed emarginati. L’articolista definisce Manfredini come l’interprete della “rinascenza”, cioè l’uomo capace di raccogliere le aspirazioni della Chiesa bolognese che volendo uscire da un tempo di chiusura in trincea desiderava divenire più mobile, più attenta al sociale e al culturale, insomma esprimere una vivacità capace di confrontarsi con la città terrena.

Questa valutazione trova un riscontro nell’introduzione che Manfredini scrisse alla raccolta dei discorsi rivolti ai Vescovi italiani dal 1979 al 1982, da Giovanni Paolo II. Così si esprime: “La tradizione cristiana ha profondamente segnato in Italia l’umanità, la cultura e la qualità della convivenza sociale. Nei prodotti di quell’umanesimo cristiano l’uomo, il popolo e l’intera società hanno potuto adeguatamente riconoscersi e realizzarsi. In questo senso la Chiesa è all’origine della cultura popolare, la cui obliterazione, determinata da molteplici cause storiche, ma soprattutto dall’insorgere di un’ideologia mondana anticristiana, costituisce uno dei fattori fondamentali della crisi dell’uomo e della convivenza nella società italiana di oggi. Nel solco di questa tradizione da recuperare e rinnovare si evidenzia per la Chiesa italiana anche la sua funzione di forza sociale… L’episcopato è chiamato a guidare le Chiese che sono in Italia nell’opera di recupero della loro identità e autocoscienza in funzione di un servizio missionario incarnato nella situazione e sempre più efficace nelle scelte e nell’azione”.

Questo testamento alla Chiesa italiana dice a noi ancora una volta che la vita di Manfredini era sostenuta dalla fiducia nella forza che il semplice annuncio cristiano ha in ogni tempo e anche nel nostro.

Le radici cristiane di mons. Manfredini affondavano nel cuore del grande vescovo milanese S. Ambrogio, il quale fino agli ultimi istanti della sua vita amava ripetere, quasi con il candore di un bambino: “Cristo è tutto per me”. E Cristo è stato il Tutto del vescovo Enrico.

Intervista a Mons. Luigi Giussani, da “Il Sabato”, 24 Dicembre 1983

Che vescovo era? Don Giussani risponde:

“Aveva la coscienza di essere strumento dello Spirito. Riconosceva le necessità del Regno di Dio e riconosceva i carismi che lo Spirito suscita come modi per la Chiesa di essere presente e missionaria in tutte le circostanze della vita. Percepiva con nettezza la gravità della situazione della Chiesa nel mondo d’oggi. Ed era il suo dolore più grande, perché è un uomo che ha amato la Chiesa veramente più di sé stesso, e soprattutto più delle sue stesse inclinazioni ed opinioni”.

Che significa, don Giussani?

“Riservava attenzione e amore per qualsiasi esperienza ecclesiale viva. Fosse o meno consentanea istintivamente al suo spirito. Nell’obbedienza e lealtà verso il Papa, ma anche con un senso vivo della collegialità episcopale. Quando ha deciso di riconoscere come associazione laicale la nostra “Memores Domini” (un’associazione di laici che si dedicano a Dio nella vita del mondo, nata dal seno di Comunione e Liberazione, ndr) ha interpellato uno per uno tutti i vescovi nelle cui diocesi esisteva, magari anche con esigua consistenza numerica. Soltanto dopo aver ricevuto i pareri favorevoli di ciascuno, Monsignor Manfredini, allora vescovo di Piacenza, emanò il decreto di riconoscimento”.

Si è parlato molto, in questi giorni, di lui come di un duro, di un “uomo ad immagine e somiglianza” di Giovanni Paolo II…

“Debbo ripetermi”, anticipa il prete milanese. “È un uomo che ha amato la Chiesa più di se stesso (atteggiamento certo non facile). Per questo non si è attardato in equivoche distinzioni che gremiscono gli atteggiamenti e le coscienze del clero attuale. Con il suo schietto impeto Monsignor Manfredini ha vissuto fino in fondo i fattori costitutivi della presenza della Chiesa nel mondo, secondo la più pura e sicura tradizione cattolica. Fra di essi il primo – non per nulla diventato segno di contraddizione più dentro la Chiesa che fuori – è la figura del Papa, il mistero di Pietro, la sua sequela. Non per temperamentale somiglianza ma per spirito di fede; chi ha conosciuto Manfredini sa che è così. A me di lui affascinava l’umile consapevole volontà di obbedienza allo Spirito, per cui, attento alle Sue mosse dovunque si manifestassero, ne traeva un progetto di utilità per tutto il Corpo».

Mi consenta, don Giussani, una contestazione. Sembra che Dio sia nemico della Chiesa, togliendole questi uomini.

“Cerco di immedesimarmi” risponde il vecchio compagno di seminario “con quello che avrà sentito il Papa di fronte a questa notizia. Il significato di tale tragedia – umanamente parlando lo è, sembra fermare la vitalità del cammino di un popolo – sta nel fatto che essa è partecipazione alla croce di Cristo. Una più particolare partecipazione alla Croce che Dio richiede per la redenzione del male dell’uomo. Dio desidera la purificazione dei nostri peccati; ed è il digiuno e la disciplina che non pratichiamo volontariamente, il Signore misericordioso ce li fa vivere attraverso questi dolori e queste privazioni. Ma lo scopo più grande di tali avvenimenti è di richiamarci, soprattutto nei momenti di lotta vertiginosa come questi, che Lui solo è il Vero, Lui solo la speranza”.

«Litterae Communionis CL», 1984, n.1, pp. 6-7
La sua opera nel ricordo di don Giussani
Don Giussani, la sua amicizia con monsignor Manfredini risale alla prima giovinezza nel seminario di Venegono. Quale testimonianza ha ricevuto in questo lungo rapporto?

La passione per Cristo, diventata abituale punto di riferimento per i giudizi, i progetti e il comportamento. Alla fine della nostra prima liceo, aveva fondato nella nostra classe una rivista mensile intitolata “Christus” nella quale invitava i compagni ad esemplificare in tutti i modi il nesso di Cristo in ogni cosa e in ogni avvenimento. L’ingenuità delle forme non toglie la grandezza di quella intuizione, che è rimasta caratteristica permanente di tutta la sua vita sia culturale che spirituale.
Da questa passione per Cristo è naturalmente fiorito quell’amore alla Chiesa che gettava le sue radici al di là di tutte le inclinazioni e gli faceva cercare l’incremento della vita della Chiesa prima di ogni preconcetto o preferenza metodologica.

Quale immagine di “autorità” ha offerto monsignor Manfredini nell’esercizio del suo ministero pastorale?

In un recentissimo incontro con i sacerdoti, Sua Eccellenza Monsignor Manfredini ha fatto un intervento in cui ha esplicitato la sua concezione dell’autorità nella Chiesa. Innanzitutto, ha detto, l’autorità non è «padrona» della Chiesa, ma deve servire lo Spirito che è la sua unica autentica guida. In secondo luogo, l’azione dello Spirito non è delimitabile da nessun progetto pastorale fatto «a tavolino» o da una preferita opinione dell’autorità. L’autorità deve dunque, riconoscendo i valori che lo Spirito suscita, valorizzarli all’interno di un progetto che nasca proprio a partire dalla presenza di questi valori, e non che li selezioni. In terzo luogo, egli ha detto, tale valorizzazione avviene in un coordinamento teso ad incrementare la vita della Chiesa tutta.
È giusto aggiungere che egli ha vissuto l’autorità proprio così, deciso e diritto fino al coraggio quando si trattava di questioni di fede, di dottrina o di morale o di vita ecclesiale, e non ha mai ceduto alla «ragion di stato» come criterio ultimo nei rapporti con le persone come con le realtà vive.
L’ideale sempre determinante era un’immagine di vitalità di fede e di missione e per questo sapeva superare ogni personale inclinazione ed ogni opzione su questa o su quell’altra associazione. La sua preferenza andava verso chiunque avesse autentica vivezza di spirito e volontà di missione.

La necessità di un’incidenza della fede sui problemi culturali e sociali è stata ben presente nell’insegnamento e nella testimonianza dl monsignor Manfredini. Quale è stata la sua concezione della presenza cristiana nella società?

L’aspetto più esaltante della sua convinzione e della sua prassi pastorale potrebbe essere individuato nella citazione del Vangelo di San Giovanni, al capitolo XVII, versetti 1 e 2: l’unico scopo della Chiesa è che il mondo conosca Cristo. Perché, da un lato, attraverso Lui possa conoscere il Padre; dall’altro, possa per questo conoscere una salvezza già sperimentabile storicamente come una migliore umanità.
Per tutto questo monsignor Manfredini insisteva sul fatto che la Chiesa ha il diritto e il dovere di trasmettere la sua proposta attraverso la totalità delle dimensioni dell’uomo. La stessa passione che gli faceva sottolineare irresistibilmente la profondità della vita interiore dimostrava la sua autenticità proprio nell’infaticabile promozione della presenza sociale cristiana: i due ultimi grandi avvenimenti della sua brevissima conduzione della diocesi di Bologna – il raduno di più di seimila studenti nel pellegrinaggio a San Luca e la grande folla di universitari a San Petronio – sono “miracoli” di una fede tesa all’incarnazione in tutto l’umano, tanto pronta a vivere con dignità anche misconoscimenti, ingiustizie e solitudini per quell’amore al sacrificio cristiano che in lui si alimentava nella devozione a San Giovanni della Croce.
Era lucido e reciso nell’affermazione del diritto della Chiesa a quelle condizioni che le permettono di sviluppare la sua proposta al mondo. Altrettanto era leale e preciso nel rispetto attivo e quindi nella difesa dei diritti di tutti gli uomini e di tutte le forme sociali. In questo senso egli affermava che la Chiesa è nel mondo per «un dialogo di salvezza».

Testimonianza di Giuliana Morganti

 Nelle scuole io insistevo con i ragazzi perché si facesse la messa di inizio anno, io ero a Serpieri in quegli anni e ho litigato furiosamente con il prete perché assolutamente la messa in orario scolastico non si doveva fare. Lui diceva “Cosa c’entra la messa con la scuola!”

Noi eravamo Giessini abbastanza d’attacco e quindi c’erano le assemblee, si facevano le liste con i cristiani, si litigava… alla fine dell’anno scolastico dell’82 facciamo una giornata dalle Orfanelle a San Luca

Era la giornata di fine anno, mattina, pranzo. Dopo pranzo io ero lì e dico “andiamo a San Luca, facciamo una passeggiata fino a San Luca”. Andiamo. Fuori c’era scritto “indulgenza plenaria”. E mi chiedono: “cosa vuol dire indulgenza plenaria?” È nato proprio così. E una cosa grande l’indulgenza plenaria e cosi ci viene l’idea…Perché non facciamo l’inizio d’anno con un pellegrinaggio a San Luca?

Siamo nell’82 e lo proponiamo a tutti per cui abbiamo fatto un volantino attaccato nelle scuole, invitando il 7 ottobre (perché era l’anniversario della battaglia di Lepanto, la vittoria sui turchi) al pellegrinaggio di inizio anno scolastico.

Quindi il 7 ottobre dell’82 noi facciamo questo pellegrinaggio. Noi eravamo un centinaio di GS e vengono 700/800 persone, tantissime. Rimaniamo colpiti, perché c’era un’assenza a scuola e portare la giustificazione. Era una scelta impegnativa, è passata abbastanza liscia, ma questo fatto ha fatto emergere un’apertura, il desiderio di giovani bolognesi, di affidare comunque l’anno alla Madonna, a una Presenza comunque “presente”.

Poi arriva Manfredini, marzo dell’83.

Lui era uno estremamente affettivo, aperto, per cui è successo che io gli ho detto che avevo fatto questo pellegrinaggio e che mi sembrava interessante riproporlo nell’anno successivo e lui mi ha chiesto un sacco di cose.. “Ma perché vuoi farlo in un giorno di scuola?” “Io penso che sia un gesto pubblico e che gli studenti affidino l’anno alla Madonna, perché dobbiamo metterci sempre come negli angoli della vita? Cioè noi proponiamo a tutti la Madonna di San Luca come un aiuto per portare avanti l’anno scolastico.” Allora ha detto “Va bene, allora ci sto anche io vengo anch’io!”.

Cosa fa lui? Decide di assumersi la responsabilità dell’iniziativa e manda una lettera festa di San Luca.Naturalmente i preti non erano molto contenti. Manfredini ha avuto un bel coraggio.

E la lettera ufficiale, come un invito personale agli studenti per poter cominciare l’anno, eccetera. Si fa questa cosa e noi pensavamo “arriveranno 1000 persone”. C’era Enzo Piccinini che ci dice “avete bisogno di qualche universitario che vi dia una mano per il servizio d’ordine?” Avevamo dei megafoni e niente di più.

A un certo momento cominciano ad arrivare i ragazzi, tantissimi, ne sono venuti 5000, hanno riempito tutta la strada sotto il porticato, non sapevano cosa era il rosario, lo sapevano solo i miei.

Erano tutti lì, noi eravamo rimasti molto sorpresi, si è fatto quello che si poteva fare, è arrivata anche la polizia a darci una mano perché c’era tanta gente.

Tutta la strada era occupata. Quindi quando siamo arrivati era prevista la messa, ma 5000 persone in chiesa era impossibile e allora hanno organizzato la messa all’interno, ma con l’amplificazione all’esterno. E quindi tutto pieno di ragazzi che sono stati tutti lì.

E’ stato un gesto molto bello, e Manfredini mi telefonava a pranzo prima del pellegrinaggio “Allora a che punto siamo? Hai telefonato a questo? Hai sentito quell’altro?” Cioè non dava l’idea del cardinale ma del tuo parroco.

Il fatto che il pellegrinaggio sia stato fatto durante l’orario scolastico ha dato spunto ad un Preside per fare una denuncia al Vescovo per interruzione di pubblico servizio.

Manfredini si è trovato addosso questa denuncia e nessuno lo sosteneva

L’anno successivo, un sacco di ragazzi sono andati il 18 a San Luca e il prete di San Luca mi telefona per dirmi che ci sono un sacco di ragazzi che chiedono come mai non si è fatto il pellegrinaggio

E così è arrivato Monsignor Biffi. Ma quando è arrivato ha cercato di calmare le acque, visto quello che era successo

Per gli studenti bisognava far qualcosa a questo punto. Perché proprio lasciar tutto? Per c’è stata una famosa consulta studentesca, è arrivato Monsignor Facchini, che doveva cercare di mettere d’accordo tutti e quindi alla fine si è deciso che si sarebbe fatta una messa di inizio d’anno nel pomeriggio per gli studenti delle scuole a San Petronio. C’era una folle enorme.

Come lo descriveresti Manfredini?

 Io ricordo la sua paternità, come uno che ti prende sul serio e che rischia con te, e

se non fosse stato del tutto convinto di quello che proponevo avrebbe chiesto spiegazioni. Volevo fare un pellegrinaggio a San Luca per gli studenti in orario scolastico e mi ricordo che continuava a chiedermi perché io mi fossi fissata a fare l’iniziativa in orario scolastico: io gli dicevo che volevo far capire che la fede fa parte della vita.

Lui era d’accordo sul principio però vedeva tutta la difficoltà poi a realizzarla nella pratica, ma ha accettato il rischio.

Questo mi ha colpito: vedere una persona che si fidava di me, che accettava di rischiare con me fino a prendersi cura anche dell’organizzazione.

Mi ricordo di tante telefonate che mi faceva a casa, chiedendo a che punto era la cosa e se ci fosse stato un prete del movimento, in compagnia con me.

Questo è il ricordo più forte che ho di lui, uno più grande di me – il Vescovo di Bologna! -che si è fidato di me, che ha accettato di rischiare con me, (che ero molto giovane), che mi ha accompagnato addirittura a costruire l’iniziativa.

Era uno che era operativo, era intelligente, si fidava.

Altro ricordo che ho è la familiarità, l’unità che aveva con Giussani. Quando gli dicevo che Cristo è vivo, presente, che la fede non è accanto alla vita ma la rende più vera, mi accorgevo che per lui erano parole chiare, erano evidenti, come per Giussani. Io potevo spiegare quello che capivo sicuramente in modo impreciso (allora avevo 35 anni), però lui mi capiva, parlavamo lo stesso linguaggio, e questa era per me una cosa straordinaria.

È stata l’esperienza di un incontro imprevisto con Uno che aveva le mie stesse parole per descrivere l’esperienza e che ha messo a disposizione il suo potere, la sua personalità, tutto, per sostenere quell’ intuizione che avevo avuto e che lui aveva riconosciuto vera, anche se sproporzionata rispetto alla realtà.